Il significato delle parole

Libertà, autonomia, autodeterminazione: analogie e differenze. Articolo a cura di: Andrea Favaro, avvocato

Tante volte si sente parlare di parole simili, che hanno tra loro però delle differenze e delle distanze, come nel caso dei tre termini: Libertà, Autonomia e Autodeterminazione. Infatti, in linea teorica, il paradigma della autonomia (autos-nomos) ha molte assonanze con quello dell’autodeterminazione e questa è (o almeno pare) molto simile al paradigma della libertà.

Autonomia e Regole.

Entrambi tali paradigmi richiamano alla mente l’elemento duplice sia della “regolamentazione/decisione”, sia della autorità che vi è (già) nel soggetto che si regola e che decide. Entrambi tali paradigmi costituiscono il fulcro del pensiero occidentale in merito al mistero dell’essere umano, che assumiamo in questo contesto anche assiologicamente come “persona”, intesa propriamente come soggetto autonomo, appunto, e non come automa.
Distinguendo anche per questo il sapere greco da quello genericamente inteso come antico-orientale, “autonomia” insegnava Platone nel V sec. a.C. è la “capacità di darsi una regola” e quindi la capacità di autoregolamentarsi. Mutuando Platone, alcuni studiosi han decifrato la nozione di autonomia in antitesi con quella di sovranità “noi riusciamo a definire l’autonomia nei termini negativi della negazione della sovranità”. D’altra parte, è stato correttamente suggerito che «l’uomo, anche preso come singolo, come individuo, non è sovrano anarchico [di se stesso]» perché l’autonomia, nel senso preciso del termine, significa essere/stare di fronte alla legge, esprimendo in sé pure l’attitudine del soggetto persona a porsi sotto alla legge, perché ne è il reale e solido sostegno. Il che significa non “essere legge a/per se stesso”, ma nemmeno essere sottomesso ad una legge che non viene dallo stesso individuo condivisa, scelta, in sostanza “decisa”.
Svolte questi brevi premesse, siamo ora in grado di cogliere il motivo essenziale per il quale la stessa formula “autonomia” (e con questa la formula “autodeterminazione”) contiene un quid che oggi viene da molti ritenuto paradossale. Nel contesto vigente, ostinatamente “democratico” e inevitabilmente “assolutista”, è difatti arduo cogliere/concedere il riconoscimento ad un quid di razionalmente intangibile, in virtù del quale la libertà assume la caratteristica dell’essere padroni (di sé).

Persona e Libertà.

Recuperando le premesse del presente contributo, possiamo in termini sintetici assumere che da quando è sorto il pensiero occidentale, uno dei cardini fondamentali della convivenza tra esseri umani è stato (e dovrebbe essere tuttora) il principio di autodeterminazione di ogni persona.
Infatti, possiamo qualificare come realmente “politica” quella comunità che permetta a ciascuno di aver le condizioni per scegliere la dimensione sociale (e quindi in uno con altri) ritiene più opportuno ed adeguato per il presente e il futuro proprio e delle persone con le quali vive.
È bene sottolineare che il concetto di “libertà” in sé investe una serie di categorie, ed ancor prima di discipline, che esulano dalla sfera complessa del pensiero giuridico-politico. Tuttavia è ammissibile formulare una generale teoria della libertà. Se non vogliamo girare attorno al tema della libertà attenendoci scrupolosamente alla schiavitù del politicamente corretto, dobbiamo essere sereni nel confermare che tale concetto, in ambito giuridico-politico, è apprezzabile in termini prioritari in senso negativo, ossia per qualcosa da cui si è liberi, dove la libertà è vincolata alla definizione di quel qualcosa “da” cui ci si vuole liberare e in questi termini può secondariamente svelare l’arcano circa la possibilità di spendere tale libertà per esprimere al meglio l’elemento realmente sociale dell’essere umano. Un essere umano che sia riconosciuto abile nel decifrare quotidianamente la propria esistenza, qui ed ora.

Il “minimo” dell’Autodeterminazione.

Ritorna così il nesso tra “coercizione” e “individuo”, che poi non è altro che il fulcro della relazione tra “autorità” e “libertà”, dal momento che questa può assumere il calibro di “assenza di costrizione”. Difatti, un ordinamento politico basato sulla libertà include, sempre, almeno un raggio minimo di autodeterminazione, per poter dar conto dei suoi fondamenti in termini non contraddittori. La questione quindi si pone sul crinale del contenuto “minimo” di tale facoltà, innegabile e inalienabile, che non può essere soppressa in un ordinamento che voglia dirsi non tirannico.

Il contenuto minimo quale reale nucleo essenziale dello svolgersi quotidiano della autonomia. Il contenuto minimo quale fondante punto nevralgico del riconoscimento di un soggetto con una identità distinta, differente per caratteri e prospettive, che non può oggi essere mai confuso con altri soggetti titolari pari dignità ma inevitabilmente diversi, grazie all’insegnamento del pensiero occidentale già ripreso e della dottrina cristiano-cattolica che molto ha contribuito a definire i contorni del soggetto “persona”. Soggetto, e non oggetto. Soggetto unico e non spalmabile in un uniforme sfondo anonimo costituito da inconcepibili individui uguali.
Quale potrebbe allora essere il contenuto minimo riconoscibile dall’uomo comune, dal quivis ex populo? Non certo, parlando di elementi essenziali e nevralgici, la scelta mattutina di quale quotidiano chiedere al giornalaio di piazzale Roma prima di recarci al travaglio quotidiano; non certo la scelta del partito di turno che la c.d. “maggioranza” indica come il più meritevole di governare il popolo in un dato momento storico.

No!

Essenziale e Nevralgico richiamano alla mente di ogni persona le classiche questioni fondamentali che occupano mente e pensieri di tutti almeno una volta nel corso dell’esistenza: Chi sono? Perché vivo in questo contesto? Da dove deriva la mia condizione di soggetto?
Tutti quesiti che sfociano in una ulteriore questione che potrebbe essere riassunta nel quesito che segue: “posso io scegliere il contesto ordinamentale in cui vivere?”.
E se è vero che nessuno di noi può creare ex novo una realtà (concreta o virtuale, poco importa), visto che in quanto persone siamo “esseri in relazione”, è pur vero che tali paradigmi attengono a questioni di “natura” affidate all’essere umano perché questo le riconosca, con intelligenza e senza ideologia, come tali.
Invero, ad analisi svolta e confronto ormai inaugurato, la proposta potrebbe palesare una ancor maggiore fecondità e una evidente anticipazione, sol ci si accorgesse che la politica come il diritto, l’economia come il linguaggio, permangono “costrutti” che necessitano della relazione intersoggettiva che li sostenga quotidianamente e non possono essere avviluppati in una tensione volta solo all’individuo, all’unico, pena il venir meno della loro essenza stessa di economia, diritto, linguaggio e politica.
L’essere umano, difatti, riesce a riconoscere pienamente la propria dimensione (attraverso – anche – gli strumenti della economia, del diritto, del linguaggio e della politica) solamente quando il suo “io” si mette in rapporto con un altro “tu”.

Soggetti e Relazione: strumenti utili e ostacoli artificiali.

La struttura intersoggettiva, altrimenti qualificata “dialogica”, consente al soggetto, nel relazionarsi con l’altro, di non limitare la propria esistenza alla pretesa (propria). Tale rilievo non importa tanto per il valore attribuito all’altro, ma soprattutto per ciascuno degli esseri umani, perché ognuno deve tendere a che gli altri riconoscano la sua dimensione soggettiva.
Ma quando parliamo di stato, ordinamento, diritto, legge, costituzione… parliamo sempre di “artifici”, ovvero di strumenti che l’essere umano in un certo momento storio preciso si è dato al fine di agevolare la propria esistenza all’interno di una comunità politica.
Artifici utili per agevolare la propria esistenza, appunto, non per concedere una stentata sopravvivenza. Ed allora tali artifici conoscono nel corso della storia diversi tempi, di origine e di fine. Origine nel momento in cui son ritenuti utili ad agevolare e fine nel momento in cui son riconosciuti come ostacoli alla co-esistenza umana.
Tale dato di “origine-fine” non si ritiene debba scandalizzare nessuno proprio per il fatto che quelli che abbiamo sopra citato in un elenco che potrebbe pure proseguire, sono artifici, non elementi trascendenti. E se vediamo che qualcuno si scandalizza, il problema non è tanto il soggetto che da scandalo, quanto il fatto che viene ritenuto scandaloso il mettere in discussione ordinamenti/leggi/costituzioni non più adeguati al contesto di esistenza sociale.
Il dilemma difatti è riconoscibile, eventualmente, nella “confusione” di chi, magari inconsapevolmente, ritiene di natura trascendente (e quindi data e non mutabile) oggetti contingenti, modificabili oggi come lo sono stati nel corso dell’intera evoluzione dell’essere umano.

Autonomia del Soggetto e Autodeterminazione della Comunità.

Se quanto finora esposto è da ritenersi fondato, risulta davvero arduo comprendere il motivo razionalmente giustificato per il quale l’autonomia di un soggetto non possa esprimersi pure attraverso l’autodeterminazione della comunità al cui interno lo stesso soggetto è inserito.
Ragionando in tale prospettiva alcuni hanno osservato che tale tramite presupponga una definizione di “comunità” (come pure di “popolo”, etc.) e che solo in seguito a tale definizione si possa procedere alla verifica degli spazi di autodeterminazione.
Tale argomentazione è debole per almeno due motivi.
Il primo, d’ordine giuridico-politico, perché non vi è una definizione unanimemente accettata che permetta di qualificare in ogni dove e in ogni quando una “comunità” e un “popolo” come tali.
Il secondo, d’ordine costitutivo, perché comunità e popolo possono essere soggetti di diritto solo in un momento subordinato al riconoscimento della esistenza di un essere umano che riesca in uno con altri fornire corpo e sostanza e così forma.
Ecco allora che il concetto di “comunità” potrebbe rivelarsi come autopoietico, originato (e originabile) da un ordine spontaneo di intenti e fini. In definitiva, in ciascun ordinamento, pure in quello che, proprio perché è attraversato da una crisi (probabilmente anche di identità), è alla ricerca di nuovi paradigmi, potrebbe utilmente volgere lo sguardo alla storia (del futuro e non solo del passato) per riconoscere la quintessenza feconda di una “comunità” che desidera autodeterminarsi (e così “definirsi” in un dato momento e luogo precisi).

Dalla teoria alla prassi.

È facile intuire come tali disamine richiamino molto della realtà attuale dove la dinamica evolutiva della moderna società c.d. “nazionale” è messa in serrato confronto con un contesto multiculturale.
Un confronto che ha iniziato da tempo a produrre rilevanti conseguenze circa la struttura e il funzionamento del sistema giuridico moderno e richiederà, già nel medio periodo, quanto meno un parziale mutamento di alcuni paradigmi regolativi delle relazioni intersoggettive, fino a pochi lustri or sono ritenuti intoccabili.
La riflessione politico-giuridica, anche a livello internazionale, è in evidente difficoltà nell’offrire chiavi di lettura adeguate che giustifichino, ovvero sostituiscano, il paradigma moderno di sovranità, che inverino la problematica attuale della multiculturalità ed prevedibile impatto di entrambe (sovranità e multiculturalità) sui fondamenti costituzionali e sul diritto degli stati democratici.
Le questioni poste (sempre tra Autonomia del soggetto e Autodeterminazione della comunità) sono di quelle che farebbero tremare le vene e i polsi a qualsiasi teorico della politica, come pure ai governanti e agli studiosi in generale delle problematiche connesse con gli ordinamenti giuridici.
Si tratta, difatti, di rispondere a domande quali: “chi dovrebbe avere autorità?”; “qual è il compito dello stato e del governo?”; “qual è il principio base di una società aperta caratterizzata da diversità culturale?”.
Parrebbe così onesto, oggi più di ieri, riconoscere che se il principio fondamentale che descrive una società libera è il principio della “libertà di associazione” (che all’interno palesa un riconoscimento esplicito della autonomia di ciascun soggetto che si determina ad associarsi ad altri), un primo (ma potremmo anche qui qualificare “essenziale” e “nevralgico”) corollario di questo è il principio della “libertà di dissociazione”.
Ecco che il diritto dei cittadini a lasciare la comunità si afferma come un diritto inalienabile, e che si detiene a prescindere dal fatto che la comunità lo riconosca come tale.
Dal punto di vista teorico l’evidenza di tale corollario pare cristallina, l’intento è ancora più palese, le conseguenze sono da tutti immaginabili.
All’interno del panorama contemporaneo della filosofia politica mondiale, esiste un riconoscimento sempre più diffuso della formulazione e attuazione del “diritto di uscita” di un soggetto da un contesto e quindi di un un individuo da una comunità e di una comunità da altra comunità.

Conclusione: quale ruolo della reale (e non virtuale) Autonomia nel contesto giuridico-politico attuale?

In tutti gli ordinamenti politici contemporanei ci sono assai più legislazione e assai meno scelte libere di quanto sarebbe necessario per conservare la libertà individuale di scelta.
D’altra parte, tale confronto tra autonomia/autodeterminazione/libertà è oggi viziato da una logica giuridico-politica meramente tecnica che, una volta divelto il legame tra i paradigmi citati e i loro presupposti filosofici (ma invero anche e soprattutto teologici), ha incontrato l’esito della riduzione del diritto a legge ed ha compiuto il proprio destino nella crescente motorizzazione della macchina legislativa. È lo sviluppo ulteriore di questa tendenza che pare oggi non preoccupare molto quando invece caratterizza in termini evidenti il contesto attuale, dal momento che la conclusione del processo di “motorizzazione” implementa una espansione, crescente, del potere politico (centrale o periferico poco rileva) corrispondente ad una limitazione, inevitabile, della libertà/autodeterminazione individuale e, di conseguenza, comunitaria.
Di conseguenza, perché i due paradigmi non possono viaggiare su binari distinti poiché, utilizzando la metafora, costituiscono le due assi di un solo binario, quello della “autonomia”, quale capacità da riconoscere nel soggetto giuridico di regolamentarsi.
Di conseguenza, se è vero che tutti immediatamente riconosciamo come “servo” il soggetto obbligato a vivere per sempre in una stanza, ovvero l’uomo costretto a svolgere per 15 ore di seguito lavori che non ha mai scelto, perchè non è così immediato riconoscere come “schiavo” chi non è libero di scegliere il contesto ordinamentale in cui vivere quotidianamente?
Tale domanda apre questioni giuridico-politiche antiche (potere costituente, rivoluzione, etc.) che sono però tutte accomunate dall’interpretazione da affidare sia al paradigma della “libertà” di ogni persona, sia alla esperienza che tale libertà deve fornire a ciascuna comunità di persone, tramite l’autodeterminazione, che ormai non pare poter rimaner oltre imprigionata nelle pagine dei libri.

 

Avv. Andrea Favaro